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Domenica 20 maggio 2018

Lo Spirito ci fa sentire amati (Gv 14,15-20)

Oggi la chiesa celebra la festa di Pentecoste raccontata nella prima lettura degli Atti degli Apostoli.
Pentecoste è una parola greca che significa cinquantesimo giorno e si celebra, infatti cinquanta giorni dopo Pasqua. Anticamente la Pasqua era la festa di primavera e la Pentecoste l'inizio della raccolta del grano. Agli ebrei la Pasqua ricordava il passaggio del mar Rosso e la Pentecoste i comandamenti donati da Dio al suo popolo sul Sinai. Per noi cristiani la Pasqua è la resurrezione di Gesù e Pentecoste l'effusione dello Spirito.
Per gli antichi il cinquanta era il numero della pienezza di un tempo. A cinquanta anni a Roma si era dispensati dal servizio militare.

Domenica 13 maggio 2018

Discendere in noi stessi per “ascendere” (Lc 24, 26b-53)

L’Ascensione è il momento in cui Gesù Cristo ascende al Padre, il momento del ritorno, della meta della sua esistenza e del suo viaggio. In questo senso Gesù ci lascia in mano il destino e la responsabilità nostra e del mondo: “Io non ci sono più, adesso ci siete voi. Io ci sarò con il mio Spirito, come Forza, Energia, Presenza. Ma adesso tocca a voi”. Gesù è asceso al cielo perché è disceso nella terra, e vi è disceso fino in fondo. Questo è il cammino di ogni uomo.
Battesimo in ebraico, vuol dire “immergersi”. Questa parola significa che siamo in pienezza ma non è possibile raggiungerlo se non discendiamo nelle acque del Giordano. Il cammino dell’uomo è nient’altro che un “rivolgersi”,un andare, un convertirsi, verso ciò che può essere. E questa è la grande e unica penitenza.

Domenica 6 maggio 2018

Materia o Spirito? (Gv 15, 26-16, 4)

Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi, Dio è presente con il suo Spirito. Se noi chiediamo alle persone cos'è lo Spirito, la maggior parte non saprà cosa rispondere. E se non sa rispondere è perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia qualcosa che si aggiunge a quello che siamo. Quindi, ne posso fare anche a meno.
Ma lo Spirito non è un di più, ma qualcosa che noi già siamo. Altri pensano che lo Spirito sia in contrasto con la materia - e non vi è cosa più erronea - per cui spirituale vuol dire disincarnato, fuori del mondo. E quando pensano ad una persona spirituale si immaginano un monaco che vive quasi fuori dal mondo, solo pregando e che odia tutto ciò che c'è nel mondo. Queste persone potrebbero leggere un po' di più del vangelo e osservare quanto materiale fosse Gesù, che mangiava, beveva, faceva festa, si divertiva e toccava. E non si può dire che non fosse spirituale!

Domenica 29 aprile 2018

Il testamento di Gesù (Gv 17,1b-11)

Nelle letture di questa domenica s’incrociano le parole che Stefano pronuncia nel suo ultimo discorso prima di morire, e quelle di Gesù nella stanza al piano superiore, il Cenacolo. La città di entrambi i discorsi è la stessa: Gerusalemme.
Però le situazioni tra loro sono alquanto diverse. Gesù parla agli amici, Stefano si rivolge a chi è già pronto a lapidarlo. In ogni caso, quando una persona sta per morire, le sue frasi assumono un sapore particolare e chi le ascolta spesso le fissa nella memoria, come ricordo incancellabile di un momento decisivo.
Il testamento di Gesù che ci lascia nelle parole del Vangelo di oggi, è sostanzialmente una preghiera al Padre per coloro che gli sono stati affidati. Prega affinché siano uniti, “perché siano una cosa sola come noi”.

Domenica 22 aprile 2018

Carissimi fedeli della parrocchiadi S. Lorenzo, shalom!

Ho già più volte ringraziato pubblicamente p. Paolo e p. Michele per il privilegio che mi hanno dato di pregare con voi e di confrontarmi con voi sul tema della misericordia e della riconciliazione. Molto bello e utile lo stargli accanto, sperimentando la gioia di condividere il ministero sacerdotale e l’impegno a formare sacerdoti all’altezza delle necessità del nostro tempo.
Ora ringrazio tutti voi per la vostra fede e per la positiva accoglienza che avete fatto alle mie provocazioni. Queste possono essere sinteticamente riassunte con la frase finale delle mie omelie:  “ Avevo fame, E TU?...”. Naturalmente, in quell’ “E tu?” mi sono pure io coinvolto, non nascondendovi il mio limite e chiedendo preghiere per il mio apostolato, per formare i sacerdoti e per richiamare tutti alla gioia di credere, aumentando sempre di più la nostra fede.

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