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Domenica 2 maggio 2020, IV domenica di Pasqua

 

Gesù Buon Pastore si prende cura di ciascuno di noi (Gv 10, 11-18)

Nel Vangelo di questa domenica, ci viene proposta l’immagine di Gesù Buon Pastore, ma collegata a questa immagine l’evangelista Giovanni ci parla, nei versetti precedenti, anche di Gesù come porta. Dio veniva sperimentato così: come il buon pastore, e come una porta. Il Vangelo ci invita ad essere genitori, uomini, guide, persone-porta e persone buon pastore.
La porta c’è, rimane: lì puoi tornare. La porta non si muove, non se ne va. Se tu vuoi puoi ritornare, entrarci, oppure, se tu vuoi, puoi rimanere fuori. Quando poi ne hai bisogno ritorni e la porta ti protegge. La puoi chiudere o la puoi tenere aperta. È sempre lì. Avete mai visto i bambini piccoli? Giocano, fanno le loro cose, poi, ogni tanto tornano dalla mamma, le parlano, si attaccano alle sue gonne, vogliono un po’ di coccole e poi tornano a giocare e a far le loro cose. In quel momento la mamma è una porta. C’è, non se ne è andata, e il bambino si è preso la sicurezza di cui ha bisogno per ritornare alle sue cose. Noi abbiamo bisogno di trovare genitori-porta, maestri-porta, educatori-porta, amici-porta. Persone che ci siano; persone dalle quali sappiamo che possiamo andare; dalle quali sappiamo che saremo accolti, accettati, voluti, amati, ascoltati al di là di ciò che facciamo o di ciò che siamo. Solo una persona-porta può far nascere in me la fiducia. “So che se tutto andrà male, tu ci sarai, tu non mi abbandonerai, tu sarai con me nella buona e nella cattiva sorte”. “Non ti dirò sempre sì, ma sarò sempre con te“: questo è l’amore. Da una persona così, noi sappiamo che possiamo sempre tornare.
Gli ebrei hanno una bellissima benedizione. A 13 anni i genitori imponendo le mani al figlio dicono: “Ricordati sempre che io sono tuo padre e lei è tua madre”. Come dire: “Qui potrai sempre ritornare”. Le prime comunità cristiane vivevano Dio così: da Lui si poteva sempre ritornare.
Poi c’è l’immagine del buon pastore, che rappresenta il prendersi cura. Il buon pastore è chi segue le pecore, si prende cura di loro, le difende dai pericoli, le protegge dai lupi; è chi va in cerca di loro se si perdono; è chi le conosce per nome ,una ad una.
Aver cura di se stessi, non essere duri, seguirsi, aver pazienza con se stessi, riprendersi quando ci si perde, saper aspettare, non essere duri con sé quando si sbaglia strada; quando qualcosa di noi non va, non arrabbiarsi, ma con amore comprenderci (se hai 100 pecore e una si perde, si lasciano le 99 e si va a riprendere quella perduta!): questo vuol dire essere buoni pastori con sé stessi. E fare tutto questo con gli altri.
Cura del tempo vuol dire più lavoro. Per far crescere una pianta ci vuole cura. Ogni giorno bisogna darle acqua, metterla al sole, proteggerla da eventuali pericoli; tutto ciò che vive ha bisogno di cura, di amore, di protezione, di dedizione, ogni giorno.
La porta è l’immagine del genitore, persona, amico, educatore, che ti trasmette:”Io ci sono; io rimango; io non me ne vado; io resto qui, perché io sono tuo padre, io sono tuo amico,  e io ti amo al di là di cosa tu farai o di dove tu andrai. Qualunque cosa succeda io ci sarò”. Il buon pastore invece è l’immagine di chi ti trasmette: “io mi dedico a te, io mi prendo cura di te, io veglio su di te, perché tu mi sei caro, tu sei prezioso, tu sei davvero unico per me, anche se ho altre 99 pecore, se tu ti perdi io verrò a cercarti e non ti lascerò, mi prenderò cura di te”. Questo è l’unico amore di cui ci si può fidare. Questo è l’unico amore di cui abbiamo bisogno.
A questo siamo chiamati, a diventare porte e pastori delle persone, dei figli, degli amici, di tutte le persone che incontriamo nella nostra vita.

Padre Paolo

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