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Domenica 9 febbraio 2020, V dopo l'Epifania

 

E’ importante credere senza vedere (Gv 4,46-54)

La Guarigione del figlio del funzionario reale è raccontato unicamente nel vangelo di Giovanni. E’ questo il secondo “segno­miracolo” compiuto da Gesù ed avviene di nuovo a Cana, dove - dice il testo - aveva cambiato l’acqua in vino. Un funzionario al servizio del re (cioè di Erode Antipa) implora Gesù di scendere con lui a Cafarnao, dove abita, per guarire suo figlio che sta per morire. Gesù non chiede nulla, non dà spiegazioni, non fa neanche un passo verso Cafarnao, semplicemente afferma: “Va’, tuo figlio vive”.
Il funzionario crede, senza aver visto alcun prodigio. Egli, agli occhi dell’Evangelista, è l’esempio della fede pura, che si fonda esclusivamente sulla Parola di Gesù. Ed è significativo come la fede del funzionario nella Parola di Gesù sia tale che egli non ritorna subito a casa, ma aspetta il giorno dopo. Quell’uomo credette. La traduzione italiana non rende perfettamente il significato e la forza della costruzione verbale greca, il testo greco infatti usa qui il tempo aoristo, che indica l’istantaneità dell’azione. Sarebbe come dire: “di colpo credette”, “all’istante credette”. Questo perché la risposta di Gesù è subito, la fede pura è subito. E il verbo, nella struttura grammaticale greca, mostra una forza e una partecipazione totali e definitivi. Egli crede sulla Parola.
Gesù chiede fede, chiede che il funzionario creda che il figlio è già guarito. Ed il miracolo avviene! Senza vedere nessun segno, né nessun prodigio, l’uomo crede nella parola di Gesù e ritorna a casa. Questo è il vero miracolo della fede; credere senza nessun’altra garanzia, eccetto la Parola di Gesù. L’ideale è credere nella parola di Gesù, anche senza vedere.
E si mise in cammino, letteralmente se ne andava, verbo di tempo imperfetto per descrivere un viaggio di ritorno ormai privo di tutta la paura, la pressione e l’urgenza precedenti. Ora il funzionario sa che il figlio è guarito, e non è stato necessario che Gesù percorresse quei 30 chilometri in ripida discesa che collegano Cana a Cafarnao (più volte infatti l’uomo ha chiesto a Gesù di scendere con lui). La Parola proferita dalle labbra di Gesù attraversa lo spazio e i tempi e non c’è nulla che in cielo e in terra non gli obbedisca immediatamente. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Quella è l’ora di Gesù, l’ora di Dio, l’ora della pienezza dell’incontro tra la fede pura dell’uomo e la potenza amante e onnipotente di Dio. Di fronte al dolore, alla fragilità dell’umanità, i poteri e il denaro non risolvono nulla, c’è bisogno di Gesù che si faccia carico della nostra realtà limitata. Gesù non ha donato solo la guarigione, ma anche il dono della fede, la vera fede che ottiene da Dio la guarigione.
Così la fede è quel cammino nella storia reale dove si realizza la Parola, spesso assurda e in contrasto con l'evidenza, che svela sempre un impossibile che si fa possibile: un figlio nato da una carne sterile, il concepimento in un seno vergine, la guarigione di chi è ormai senza speranza, il perdono dei peccati e la possibilità reale d’una vita nuova seguendo Gesù. La vita trionfa sulla morte, perché la Parola è la vita. L’ importante è verificarla, come Abramo che esce dalla sua terra e spera contro ogni speranza, come Mosè che lancia il popolo nel mar Rosso, come Maria che corre da Elisabetta, come i discepoli che lasciano tutto e seguono il Signore, come il funzionario del Vangelo di oggi che aggrappato alla Parola scende verso suo figlio. Vi è dunque un cammino in discesa da percorrere: una notte da attraversare con trepidazione, speranza, desiderio, stanchezza, scoraggiamento per incontrare la luce della Risurrezione, la vita nuova in Cristo. Nella storia buia della vita, restiamo aggrappati alla Sua Parola che scende con noi e in noi.

Padre Paolo

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