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Domenica 19 gennaio 2020, Battesimo del Signore

 

Dio ci vuole felici (Gv 2, 1-11)

Osserviamo quante volte nel Vangelo si parla di Nozze, di feste e di pranzi. Gesù era un uomo che viveva, che banchettava, che festeggiava: non era di certo un’asceta. Il Dio di Gesù è il Dio della gioia, della festa, del piacere, dell’ebrezza della vita. Non si può comprendere il Dio della croce se non si comprende prima questo Dio, che vuole la felicità e il piacere per ogni uomo. Dio ci vuole felici, ricordiamocelo! Perché ne abbiamo fatto un Dio serio, che vuole solo sacrifici? Dio non è nella noia, nel chiudersi, nel non osare per non peccare, nelle formalità; è il Dio della vita, delle persone appassionate, di chi vive intensamente.  Nel Vangelo di Giovanni, la madre di Gesù compare  all’inizio del suo ministero e alla fine della sua vita pubblica, sotto la croce. La vita di Gesù fu lontano dalla madre. Gesù si staccò da lei, visse la sua vita e fece le sue esperienze. Maria rimase comunque presente, pur nell’assenza, ed infatti la ritroviamo ai piedi della croce. Sembra essere questo il ruolo di un genitore: non intromettersi nella vita del figlio, lasciarlo andare, ma essere presente nel momento del bisogno. Il figlio sa che lui, il genitore, ci sarà; sa che c’è un porto sicuro, una casa accogliente, un luogo dove sarà sempre accolto. E’ l’amore genitoriale, di chi ama aldilà di un ritorno immediato, di chi ama in maniera incondizionata, di chi ama senza l’aspettativa del ritorno.
Quando Maria dice a Gesù “non hanno più vino”, non fa una semplice constatazione, ma vuole evidenziare la realtà di tutti noi. Gli uomini vorrebbero festeggiare le nozze, ma non possono, non sono più capaci di amare, di vivere; non c’è più gusto nella loro vita, non c’è più sapore nelle loro giornate. Quando ascoltiamo certe prediche su Dio, certi discorsi religiosi piatti, formali, moralistici, che non hanno slancio, passione, energia, quando la chiesa è impegnata solo a difendere, a porre limiti su cosa non bisogna fare, quando soffoca le voci creative, quando non permette la libertà dell’uomo o quando ingabbia gli animi trasmettendo paura e ansia, dobbiamo amaramente constatare che: “Qui non c’è più vino”. Quando vediamo certe coppie che si trascinano nel loro matrimonio con routine, con pesantezza, con screzi, litigi e ripicche continue, dobbiamo amaramente prendere atto che: “Qui non c’è più vino”. Quando le persone non provano più nessuno slancio, nessuna commozione, non si stupiscono più, sono diventate ciniche su tutto, si trascinano stancamente senza entusiasmo, senza voglia di vivere, allora dobbiamo amaramente renderci conto che : “Qui non c’è più vino”.
Cana ci invita a cercare più in profondità, ad altri livelli, a penetrare all’interno del nostro vivere comune e di tutti i giorni, spesso vuoto e insipido, a trovare un’ebrezza, una gioia. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un senso e un sapore a tutte le cose; non lo troviamo in superficie, ma dentro. Cana ci invita a passare dall’acqua al vino, a mutare. Il fatto che le giare siano 6, che siano di pietra, il fatto che servissero per la purificazione, dice qual’era lo stato d’incoscienza della coppia, di questo matrimonio o semplicemente dell’uomo. Gesù è il vino, la settima giara. Si può vivere in profondità soltanto se si è capaci di passare da un orizzonte ad un altro: dall’orizzontalità della coppia alla verticalità di cui il vino (sangue, spirito, vino eucaristico) è il simbolo. E’ il grande passaggio della vita: passare dall’orizzonte del materiale a quello spirituale. La forza di questo amore è quello di essere capace di mutazioni. La coppia di Cana rappresenta il matrimonio che ciascun uomo deve fare con sé, unire i suoi lati opposti, maschile e femminile, in modo che non siano più contrapposti, ma uniti, armonizzati. E ci insegna il segreto di ogni rapporto e di ogni matrimonio: essere capaci di cambiare, di modificarsi, di evolvere. Se un matrimonio avrà questa capacità e questa elasticità, se saprà non fossilizzarsi sulle antiche posizioni, se avrà la forza del nuovo e della crescita, diventerà Paradiso di amore; altrimenti diventerà l’Inferno dell’amore.

Padre Paolo

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