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Domenica 10 novembre 2019

 

L’Amore dato rimane per sempre Mt 25, 31-46

La lettura della scena del "giudizio universale" che leggiamo nel Vangelo di questa domenica, nella solennità di "Nostro Signore Gesù Cristo re dell'Universo", conclude l'anno liturgico.
Ed è proprio questa pagina evangelica che rivela il senso sconvolgente della regalità di Cristo: Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere…
Da queste parole emerge un fatto straordinario, ossia che lo sguardo di Gesù si posa sempre, in primo luogo, sul bisogno dell'uomo, sulla sua povertà e fragilità.

E dopo la povertà, il suo sguardo va alla ricerca del bene che circola nelle vite: mi hai dato pane, acqua, un sorso di vita, e non già, come ci saremmo aspettati, alla ricerca dei peccati e degli errori dell'uomo.
Ed elenca sei opere buone che rispondono alla domanda su cui si regge tutta la Bibbia: che cosa hai fatto al tuo fratello? Quelli che Gesù evidenzia non sono grandi gesti, ma gesti potenti, perché fanno vivere, perché nascono da chi ha lo stesso sguardo di Dio. Dio capovolge tutte le prospettive, Dio non guarda il peccato commesso, ma il bene fatto. Sulle bilance di Dio il bene pesa di più.
Bellezza della fede: la luce è più forte del buio; una spiga di grano vale più della zizzania del cuore.
Ed ecco il giudizio: che cosa rimane quando non rimane più niente? Rimane l'amore, dato e ricevuto.
In questa scena potente e drammatica, che poi è lo svelamento della verità ultima del vivere, Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da arrivare fino a identificarsi con loro: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l'avete fatto a me! Gesù sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d'amore per l'uomo: io vi amo così tanto, che se siete malati è la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i morsi, e se vi offrono aiuto sento io tutte le mie fibre gioire e rivivere. Gli uomini e le donne sono la carne di Cristo. Finché ce ne sarà uno solo ancora sofferente, lui sarà sofferente.
Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perché condannati. Che male hanno commesso? Il loro peccato è non aver fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno fatto nulla per i piccoli della terra, indifferenti.
Non basta essere buoni solo interiormente e dire: io non faccio nulla di male. Perché si uccide anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, per chi ha fame o patisce ingiustizia, stare a guardare, è già farsi complici del male, della corruzione, del peccato sociale, delle mafie. Il contrario esatto dell'amore non è allora l'odio, ma l'indifferenza, che riduce al nulla il fratello: non lo vedi, non esiste, per te è un morto che cammina.
Questo atteggiamento papa Francesco l'ha definito «globalizzazione dell'indifferenza». Il male più grande è aver smarrito lo sguardo, l'attenzione, il cuore di Dio fra noi.
Questa pagina evangelica è di una ricchezza inesauribile, ed è aperta a diverse letture: ciascuno di noi è chiamato a lasciarsi interpellare nel profondo di se stesso e a prendere la propria posizione di fronte a questo "giudizio definitivo". Ogni momento, quando ci troviamo di fronte al nostro prossimo, ricordiamoci che siamo di fronte al Giudice del cielo.
In questa Domenica, dedicata alla Giornata Diocesana Caritas, imitiamo allora i tanti volontari della Caritas -  in particolare quelli della nostra parrocchia che ripartiranno in questo nuovo anno pastorale a dispensare e far circolare l’Amore del Padre attraverso la loro attenzione per i fratelli più piccoli e deboli. E colgo l’occasione per rivolgere un nuovo invito ai parrocchiani, in particolare ai giovani, affinchè si propongano come volontari Caritas, per questo compito così importante per un cristiano.

Padre  Paolo

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