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Domenica 19 maggio, V di Pasqua

 

Il “comandamento” di Gesù (Gv 13,31b-35)

Gesù sintetizza tutto il suo messaggio in questa ispirazione: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.”
Una precisazione. Il termine greco tradotto con “comandamento”, “comando”, è «entolè», che in greco significa più propriamente “procedura”, “istruzione”, cioè quel certo modo, la regola madre attraverso cui fare una certa cosa affinché riesca. Il comando fa parte del mondo del dovere, dell’autorità, degli ordini, dei precetti, della legge, dell’imposizione, della morale.

La procedura è una tecnica, un processo preciso, una sequenza infallibile, un procedimento certo, un metodo comprovato nella pratica. La procedura rivela l’essenza della realtà, l’intrinseca natura di una cosa. Il comando viene sempre dall’esterno, la procedura è dentro il funzionamento stesso delle cose. Una procedura per necessità può diventare un comando, ma non è detto che un comando sia una procedura, anzi è raro che rispetti rigorosamente e umilmente una procedura. Non c’è nulla al mondo che possa generare tanta ignoranza e schiavitù per l’uomo come costringerlo a obbedire a un comando che non contenga con certezza una procedura certa e comprovata.
Gesù non pone ai suoi il fardello di un comando imperioso, ma la rivelazione di un’altissima procedura divina, la procedura madre, la regola madre per cui e in cui tutto esiste e sussiste.
Altra precisazione. Gesù sottolinea che questa è la sua procedura, dice infatti la mia procedura. Questa non è una precisazione così scontata come può sembrare a prima vista. In questa procedura Gesù ha messo il cuore del suo messaggio, la sintesi di tutta la sua Parola e sottolinea con decisione che questa procedura è la sua procedura e non è di nessun altro. Lui rivela la sua regola madre ed è lui stesso ad affermare: è mia, come dicesse è di mia proprietà esclusiva, è di mia provenienza, da me procede, da me si origina e prende vita, io sono la sorgente stessa di questa regola vitale, mi appartiene e solo io posso donarla, solo io posso ispirare l’umanità attraverso questa procedura.
Ma se tutti i santi, gli illuminati, le guide spirituali del mondo parlano di amore, lo predicano, lo cantano e indicano nell’amore le procedure della vita stessa, perché mai “amatevi gli uni gli altri” dovrebbe essere la procedura di Gesù, di sua proprietà esclusiva?
Perché solo Gesù in tutta la storia umana ha detto e ha potuto dire: “come io ho amato voi”.
Quale uomo, per quanto santo ed evoluto, potrebbe mai dire amatevi come io vi ho amato, ponendo se stesso come misura e riferimento dell’amore per tutti gli altri? Chi mai potrebbe essere così arrogante e sciocco da porsi come il metro di paragone dell’amore, senza rendere immediatamente palese, in tutto il suo splendore, tutta la propria gigantesca, patetica debolezza intellettuale? Quale uomo potrebbe dire agli altri suoi simili amatevi come io vi ho amato senza essere immediatamente diagnosticato come un caso di malattia mentale?
Chiunque si ponga come riferimento ispiratore della regola madre dell’amore è sicuramente un impostore, un imbroglione, un illuso o semplicemente un evidente caso di demenza acuta.
A questo punto la questione è semplice, semplicissima: o Gesù è il più impostore, il più pazzo demente della storia, o è Dio.
Solo Gesù può ispirare questa procedura all’umanità e affermare che è sua e solo Lui può porsi a riferimento dell’amore, perché Lui è la regola madre dell’amore, Lui ne è il principio e l’incarnazione.
La regola madre dell’amore è di Gesù, è Gesù, il Signore Dio Figlio.

P. Paolo

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