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Domenica 21 aprile, Pasqua nella Risurrezione del Signore

L’alba di un nuovo giorno (Gv 20,11-18)

Per aprire questa nostra riflessione potremmo prendere spunto da un piccolo gesto che tutti noi abbiamo compiuto nei giorni scorsi: il gesto di spostare le lancette del nostro orologio un’ora avanti per strappare al buio, alle tenebre della notte, un’ora in più di luce.
Il mistero della Pasqua che oggi celebriamo è racchiuso in questo gesto!
La nostra fede ci invita a “spostare la nostra vita in avanti”, a strappare la nostra esistenza dalle tenebre per porla nella luce e nelle mani di Dio, così come ha fatto Cristo.
Tante cose potrebbero essere dette sul vangelo che è stato proclamato, io preferisco fermare la mia attenzione su un particolare, un’immagine che – secondo me – descrive quello che dovrebbe essere l’atteggiamento, la dinamica propria della nostra vita di credenti. L’immagine della corsa: il cristiano è un uomo che “corre”, un uomo “dal passo veloce”; la sua fede, la sua speranza, la sua carità lo spingono a cercare i segni del Risorto e ad essere, a sua volta, segno di questa presenza.
Provate ad immaginarvi la scena descrittaci dai racconti della resurrezione. È l’alba di un nuovo giorno, la vita inizia a svegliarsi, l’orizzonte inizia a tingersi di luce e di calore e una donna, Maria di Magdala – la persona che a nostro giudizio sarebbe la meno indicata – si reca di buon mattino al sepolcro e trova la pietra che lo chiudeva ribaltata. Inizia così una corsa frenetica, una corsa carica di trepidazione e di paure… e subito dopo a rotta di collo anche Giovanni e Simon Pietro. Uno corre più veloce dell’altro, pochi secondi, pochi momenti di attesa e poi l’ingresso in quel sepolcro vuoto.
E poi quel commento così lapidario dell’evangelista: “entrò… vide e credette”. Ma cosa videro questi uomini per credere? Il vangelo ci dice semplicemente che Giovanni e Pietro trovarono delle bende: non un segno esplicito, non una manifestazione sfolgorante, non un gesto evidente, eclatante: la fede obbliga a sbilanciarsi, non s'impone, Gesù chiede di cogliere i segni talora impalpabili, con cui si rende presente. Ma i segni con cui Cristo si rende presente possono essere interpretati solo alla luce della Parola. Pietro, Giovanni, Maria di Magdala e tutti coloro che sono venuti dopo la prima comunità “credettero” perché, come continua il vangelo, “compresero la Scrittura” .
È la familiarità con Cristo, la loro conoscenza concreta di Gesù e dei suoi insegnamenti, che apre a questi uomini la via della fede; il loro cuore viene interpellato da quella quotidianità che per tre anni ha segnato le loro esistenze. Sarà poi il dono dello Spirito, del Consolatore promesso da Gesù, a dare ai discepoli cuore e occhi nuovi che li spingerà ad essere suoi testimoni fino agli estremi confini della terra.
Anche noi il giorno del nostro battesimo, quando siamo stati “innestati” in Cristo, nel suo mistero di morte e risurrezione, abbiamo ricevuto quello stesso Spirito e alla luce di questo dono, come i primi discepoli, siamo chiamati a vivere da risorti, da uomini nuovi.
Celebrare la Pasqua allora significherà per noi entrare, con Cristo, nel mistero di un amore che si dono “sino alla fine”, senza riserve, partendo proprio da coloro che ci sono più vicini.
Questa è resurrezione: amare. Amare la gente, ogni uomo e i poveri soprattutto, e amare Gesù Cristo. Il resto non conta nulla!.
A nome mio e dei miei confratelli P. Michal e P. Antonio, auguriamo a tutti una serena e gioiosa Pasqua.

P. Paolo

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