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Domenica 7 aprile 2019, V di Quaresima

 

Resuscitati perché amati (Gv 11,1-53)

Lazzaro è morto da quattro giorni.
Marta va incontro a Gesù per strada e, appena lo vede, non riesce a nascondere il dolore, il pianto, ma anche l’orientamento dei suoi pensieri di disappunto e di giudizio nei riguardi di Gesù: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Gesù le risponde aprendo un oceano di luce sulla resurrezione e sull’immortalità di tutti gli uomini. Più tardi anche Maria, la sorella, va incontro a Gesù e, appena lo vede, non riesce a nascondere il dolore, il pianto e dice la stessa frase della sorella: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto, ma glielo dice gettandosi ai suoi piedi e piangendo.

C’è un momento in cui non ci sono più parole adatte e, se ci sono, non servono più. Maria intanto è ai suoi piedi, si è conficcata come al solito nella “parte migliore”, quella che nessuno le può portare via. La risposta di Gesù non è ora la proclamazione di verità di fede, ma la commozione profonda che lo fa fremere e piangere. Sono sempre e solo due i modi possibili per rapportarsi con Gesù, con lo Spirito, con il Padre. Il modo di Marta, angosciata e addolorata, bisognosa e implorante, ma orientata mentalmente a pensare male di Dio e del suo modo di essere presente o assente nella nostra vita. Il modo di Maria, angosciata e addolorata, bisognosa e implorante, ma orientata mentalmente a non pensare mai male di Dio e protesa a rannicchiarsi in Dio, senza giudizi e accuse nemmeno velate. La frase che le sorelle rivolgono a Gesù è la stessa, ma la prospettiva spirituale, l’atteggiamento del cuore delle due sorelle è completamente diverso.
Di Lazzaro sappiamo solo che era fratello di Marta e Maria e che Gesù era suo amico: perché amico è un nome di Dio. Per lui l'Amico pronuncia due tra le parole più importanti del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita». Non: io sarò la vita, in un domani lontano e scolorito, ma qui, adesso, al presente: io sono. Notiamo la disposizione delle due parole: prima viene la Risurrezione e poi la Vita. Noi siamo già risorti nel Signore; risorti da tutte le vite spente e immobili che sono la malattia mortale dell'uomo. Prima viene questa liberazione, e da qui una vita capace di superare la morte.
Risuscitati perché amati: il vero nemico della morte non è la vita, ma l'amore, «forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti».
Noi tutti risorgiamo perché Qualcuno ci ama, come accade a Lazzaro riconsegnato alla vita dall'amore fino alle lacrime di Gesù. Io invidio Lazzaro,  perché è circondato da una folla di persone che gli vogliono bene. La sua fortuna è l'amicizia. Lazzaro, vieni fuori! e Lazzaro esce avvolto in bende come un neo­nato. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si spalanca davanti un'altissima speranza: Qualcuno è più forte della morte. Liberatelo e lasciatelo andare! Parole che ripete anche a ciascuno di noi: vieni fuori dal tuo piccolo angolo; liberati come si liberano le vele, come si sciolgono i nodi della paura. Liberati da ciò che ti impedisce di camminare.
Gesù mette in fila i tre imperativi di ogni ripartenza: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, quante volte mi sono addormentato, mi sono chiuso in me: era finito l'olio nella lampada, era finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta oscura dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né altro; non vale la pena vivere.
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché. Una pietra si è smossa, è filtrato un raggio di sole, un grido di amico ha spezzato il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le mie bende. E ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: era Dio in me, amore più forte della morte.

P. Paolo

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