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 Domenica 24 marzo 2019, III di Quaresima

 Il Vangelo ci rende liberi. (Gv 8,31-59)

È un bel guaio la liturgia di questa terza domenica di Quaresima, non solo per il predicatore, che se riesce a offrire un buon commento al vangelo come minimo suscita collera e imbarazzo nell'assemblea. In realtà siamo tutti nei guai, perché dobbiamo fare i conti con questo scomodo vangelo che ci rivela un problema che ostacola pesantemente il nostro cammino di conversione. Potremmo definirlo mancanza di libertà, quella libertà interiore che dovrebbe risplendere in chi crede in un Dio che è infinito amore.
Nella cosiddetta domenica di Abramo, che la liturgia ambrosiana pone a metà del cammino quaresimale, è proprio la nostra fede ad andare in crisi di fronte alla parola del Signore. Il Vangelo ci informa che esiste un'indifferenza e una sordità alla voce di Dio ben peggiore di quella che caratterizza coloro che si definiscono atei o non praticanti. È l'impermeabilità che si radica in maniera clandestina nel cuore dei credenti, della brava gente che ogni domenica va a Messa, non fa il male, si confessa e dice le preghiere.
In realtà il Vangelo inizia bene, con una fantastica proposta da parte di Gesù: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gesù ci parla di una bellissima realtà e ci indica anche come raggiungerla. Tuttavia, di fronte a queste parole anche noi possiamo reagire come i Giudei che “avevano creduto in lui”: «Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Già, cosa vuoi dirci Gesù, forse che non siamo ancora liberi? Siamo dei bravi cristiani, «siamo discendenza di Abramo», non ammazziamo nessuno, ti vogliamo bene, crediamo in te, difendiamo il Papa, andiamo a Messa. Da cosa dobbiamo liberarci ancora?
Sì, risponde Gesù, è vero: siete brava gente, ma non siete ancora «liberi davvero». Certo avete fiducia in me, ma non avete ancora aderito totalmente al mio Vangelo: la vostra vita parla chiaro, non siete ancora convertiti con tutto il cuore e con tutta la volontà, anzi - aggiunge il Signore - siete schiavi, perché «chiunque commette il peccato è schiavo del peccato». Forse il Signore ha ragione… diciamo di non essere «schiavi di nessuno», ma purtroppo non è vero. Non viviamo interiormente liberi: molte cose ci condizionano e ci imprigionano, siamo schiavi di molte scelte e situazioni, che magari non ci sono nemmeno chieste da Dio. Altre volte ci accorgiamo di non essere liberi davvero perché ci sforziamo di essere quello che vogliono gli altri, o perché cerchiamo di aderire ad un'immagine ideale e perfetta che ci siamo fatti di noi stessi. Per non parlare poi dei vizi e delle debolezze che ci trasciniamo dietro da tanto tempo, con una certa rassegnazione che ci fa credere che non potremo mai cambiare. Forse Gesù ha ragione: siamo schiavi!
Liberi! Ecco il motivo profondo per cui oggi possiamo accettare questa dura critica di Gesù nei nostri confronti: per tendere ad una vita che non muore più. Nella misura in cui accettiamo di essere ancora schiavi, possiamo aprirci ad un cammino verso una maggior libertà interiore, che possiamo vivere perché figli amati teneramente da Dio. Oggi, dopo i secoli delle grandi guerre e delle grandi ideologie, inseguiamo tutti la libertà. Costruiamo l'economia e la politica attorno a questo grande ideale. Non credo che sia la stessa libertà di cui ci parla Gesù nel Vangelo.
La libertà sognata dalla nostra società iperconsumistica e benpensante, si riduce ad una grande esaltazione del proprio io, che è soprattutto libertà di poter fare ciò che si vuole.
La libertà di cui parla il Vangelo invece è la libertà che mette al centro l'altro, riconosciuto come fratello da accogliere e amare. È la libertà di vivere come figli di Dio, capaci di amare, di perdonare, di non rinunciare mai alla giustizia. E di fare tutto questo con estrema semplicità, senza schematismi e senza esteriorità. Con la stessa naturalezza con cui risplendono il sole e le stelle.

P. Paolo

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