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Domenica 24 febbraio 2019

 

Saper riconoscere i propri errori (Mc 2,13-17)

Gesù chiama Levi, un peccatore, un pubblicano, un lontano dal regno di Dio. Non ci può essere dimostrazione più evidente che la vocazione è un fatto gratuito, un'azione creatrice. Quando Dio chiama, crea nel chiamato la forza per rispondere: lo fa su misura per la missione a cui lo destina. Dio non vuole l'emarginazione di nessuno. Ogni peccatore può trovare la via del bene se i buoni sanno convivere e banchettare con lui. La missione di Gesù, e quindi anche della Chiesa, non è quella di alzare barriere di protezione, ma di abbatterle per mescolarsi col mondo.
Gesù si presenta come il medico, colui che è capace di accostarsi alla malattia degli uomini senza esserne contagiato, ma, al contrario, distruggendola. "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" dice Gesù. Ma sulla terra "non c'è nessun giusto, neppure uno" (cfr Sal 14), perché "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Il Signore quindi è venuto per noi: è il medico e il salvatore di tutti. Però lo accolgono solo quelli che sanno di essere malati e perduti. I giusti restano sempre nella lista d'attesa della salvezza, finché non si riconoscono peccatori.
In questo brano abbiamo due scene strettamente collegate: la chiamata di Levi e il pasto con i peccatori. La prima insegna che il nostro peccato non impedisce la chiamata di Gesù. Il pasto con i peccatori mostra la pazienza che Gesù ha verso chi lo segue, ma non ha ancora rotto del tutto con il male.
Gesù ha le sue preferenze: a tavola e sulla strada, quando mangia e beve, quando cammina e attraversa città e villaggi, preferisce la compagnia di coloro che dal sistema religioso sono riconosciuti uomini peccatori e dal sistema legale sono riconosciuti uomini di malaffare. Gesù ha una preferenza indiscutibile per costoro. Perché? Perché questi si riconoscono, gli altri no.
L’uomo che riconosce i propri errori e riconosce che può commettere errori è un uomo che viene riconosciuto da Gesù e ha immediatamente la sua preferenza. L’uomo che non riconosce i propri errori e li nasconde per poi incolpare gli altri non viene riconosciuto da Gesù e non ha la sua preferenza. Gesù sa perfettamente che tutti gli uomini commettono errori e peccati, provocano ferite e ricevono ferite, sa esattamente che siamo sottoposti a infinite tentazioni e che siamo molto vulnerabili, peccatori, cioè che non abbiamo una buona mira rispetto alle procedure evangeliche e alla via diritta di Dio.
Il termine greco amartìa, “peccato”, letteralmente significa “mira sbagliata”. Gesù sa che l’errore è parte del nostro cammino e del nostro progresso verso Dio e l’amore. In ogni passo, anche se sbagliato, c’è un passo verso una verità più alta, c’è l’anelito al bene e al bello. Quel giorno, lungo il mare, come è accaduto per le altre chiamate, anche Matteo viene chiamato, non perché era il migliore, ma perché era pronto a riconoscersi e a essere riconosciuto. Era pronto a riconoscersi nell’errore senza nascondersi e senza paura, senza giudizi, condanne e sensi di colpa, era pronto a umiliare il suo ego e la sua reputazione, per illuminare la sua vita di una nuova luce. Matteo era pronto a cambiare, a migliorare e dunque a essere riconosciuto dal Maestro per essere chiamato a seguire il Maestro.
Gesù non può essere medico per chi non si riconosce ammalato, non può essere medicina per chi non si riconosce debole e ferito.
Gesù riconosce chi si riconosce, da come si riconosce.

P. Paolo

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