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Domenica 10 febbraio 2019

Gesù legge nel nostro cuore (Mt 8,5-13)

La liturgia di questa domenica  ci propone un racconto dell’evangelista Matteo che è ambientato a Cafarnao, luogo di confine, di periferia, per usare un termine caro a Papa Francesco.
Gesù entra in città con i suoi discepoli e gli viene incontro un centurione, un pagano, che lo informa sullo stato di grande sofferenza del proprio servo. Il centurione è un ufficiale subalterno che sta a capo della guarnigione romana che presidia Cafarnao, città di confine.
Il centurione non chiede nulla a Gesù, si limita a sottoporgli il caso, a esprimere la sua angoscia. Non è la religione a spingerlo ad avvicinarsi né il desiderio di Dio, bensì la sua forte preoccupazione, la terribile sofferenza del proprio servo e il timore per la sua salute.
Il centurione riconosce Gesù come il Signore della vita ed è questo il primo gradino della fede, intuire che Lui può quello che a noi è impossibile.
Il Vangelo di oggi è come uno specchio. Evoca in noi le parole che diciamo durante la Messa nel momento della comunione: "Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì solamente una parola ed io sarò salvato".
Guardando nello specchio di questo testo, vediamo che la persona che cerca Gesù è un pagano, soldato dell'esercito romano, che dominava e sfruttava la gente. Nonostante questo, Gesù non ha preconcetti, non esige nulla prima, accoglie e ascolta la richiesta dell'ufficiale romano.
Il centurione non si aspettava che Gesù si recasse a casa sua. Si sente indegno: "Non sono degno". Vuol dire che considerava Gesù una persona molto superiore.
Il centurione esprime la sua fede in Gesù dicendo: "Dì una sola parola ed il mio servo sarà guarito". Lui crede che la parola di Gesù è capace di guarire.
Così immagina Gesù: basta che Gesù dica una parola, e le cose succedono secondo la parola. Lui crede che la parola di Gesù racchiude una forza creatrice.
Gesù è ammirato dalla fede rude e schietta del centurione, stanco ufficiale lontano da casa e dagli affetti, abituato alla vita dura del militare di carriera, che nel piccolo, tormentato, mondo di Israele aveva trovato un barlume di relazione e di famiglia nel suo servo.
Gli è caro, il suo servo, e non esita a chiedere, lui abituato ad ordinare, a questo sorridente Rabbì un favore che gli viene accordato.
Non ha molta famigliarità con le cose della religione, sa bene di essere un ospite al soldo dell'invasore, ma va all'essenziale: ama il suo servo, il Rabbì di Nazareth ha fama di essere un guaritore, e gli chiede di intervenire. E la risposta di Gesù sorprende il centurione, poiché ne supera l'aspettativa.
Si stupisce, il Maestro, della fede del pagano, della semplice richiesta, e lo esaudisce.
Quante volte ho visto, nella mia piccola vita di prete, lo stesso prodigio: persone lontane dalla fede e dal discepolato compiere gesti di pura generosità, di autentica umanità, stupirmi nella loro improvvisa e profonda fede, generosità, umanità e fede che non sempre ho visto nel cuore di coloro che si dicono credenti.
Il Signore guarda il cuore di ognuno, non è esigente, né severo, e sa vedere anche il più timido accenno di conversione.
Chiediamogli, oggi, lo stesso sguardo, la stessa pazienza, la stessa benevolenza nei confronti di coloro che incontreremo sul nostro cammino.
E che Gesù abbia a stupirsi della nostra fede, come si è meravigliato della fede dell'ufficiale straniero.

P. Paolo

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