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Domenica 20 gennaio

 

Dio vuole la nostra felicità (Gv 2,1-11)

Considerando l’episodio delle Nozze di Cana, proclamato in questa domenica, possiamo osservare quante volte nel vangelo si parla di nozze, di festa e di pranzi. Gesù era un uomo che viveva, che banchettava, che festeggiava: non era di certo un'asceta. Il Dio di Gesù è il Dio della gioia, della festa, del piacere, dell'ebbrezza della vita. Non si può comprendere il Dio della croce se non si comprende prima questo Dio.
Dio vuole la felicità e il piacere per ogni uomo. Dio vi vuole felici, ricordiamocelo!
Perché ne abbiamo fatto un Dio serio, dolorifico, che vuole solo sacrifici?
Dio non è nella noia, nel chiudersi, nel non provarci per non peccare, nelle formalità. E' il Dio della vita, delle persone appassionate, di chi osa e vive intensamente.
Nel vangelo di Giovanni la Madre compare qui all'inizio del suo ministero e alla fine della vita pubblica sotto la croce. La vita di Gesù fu, lontano dalla madre. Gesù si staccò da lei, visse la sua vita e fece le sue esperienze. Maria rimase comunque presente pur nell'assenza, infatti la ritroviamo ai piedi della croce.
Sembra essere questo il ruolo di ogni genitore: non immischiarsi nella vita del figlio, lasciarlo andare, ma essere presente nel momento del bisogno, della necessità. Il figlio sa che lui, il genitore, ci sarà. Sa che c'è un porto sicuro, una casa accogliente, un luogo dove sarà sempre accolto. E' l'amore genitoriale, che è più evoluto rispetto all'amore degli sposi, l'amore maturo di chi ama aldilà del ritorno immediato o per se stesso, di chi ama in maniera incondizionata, di chi ama senza l'aspettativa del ritorno.
E' Gesù l'invitato alle nozze.
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". Gli uomini vorrebbero festeggiare le nozze, ma non possono. Non sono più capaci d'amore, di amare, di vivere. Non c'è più gusto nella loro vita, non c'è più sapore nelle loro giornate. Quando vedi certe facce, certi volti segnati solo dalla tensione e dalle rughe della chiusura, amaramente devi constatare: "Non c'è più vino qui".
Quando ascolti certe prediche su Dio, certi discorsi religiosi piatti, formali, moralistici, che non hanno slancio, passione, energia devi amaramente constatare: "Qui non c'è più vino".
Quando la Chiesa è impegnata solo a difendere, a porre limiti su cosa non bisogna fare, a limitare la creatività; quando soffoca le sue voci creative, quando non permette la libertà dell'uomo o quando ingabbia trasmettendo paura e ansia, devi amaramente constatare: "Qui non c'è più vino".
Quando vedi certe coppie che si trascinano nel loro matrimonio con routine, con pesantezza, con screzi, litigi e ripicche continue devi amaramente constatare: "Qui non c'è più vino".
Quando le persone non provano più nessun slancio, nessuna commozione, non si stupiscono più, sono diventate ciniche su tutto, abituate a tutto, allora devi constatare amaramente: "Qui non c'è più vino". Quando le persone si trascinano stancamente, senza entusiasmo, senza voglia di vivere, senza sussulti, allora devi amaramente constatare: "Qui non c'è più vino".
A Cana il matrimonio riesce: i due sposi sono capaci di una mutazione (l'acqua in vino) che salva la festa, che salva il loro amore, che salva le nozze.
Chi è capace di mutazioni si salverà. Chi non è capace morirà con i suoi peccati e con la sua condizione: si condannerà da solo.
Cana ci invita ad accettare e ad accogliere come salvifico il fatto della mutazione, del crescere, dell'acquisire, dell'imparare.

P. Paolo

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