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Domenica 16 dicembre, V di avvento

 

 La sposa è vita per lo sposo (Gv 3,23-32a)

Alcuni discepoli vengono dove Giovanni battezza, allarmati e irritati perché c’è un problema: un rivale, un competitore. “Ecco, tu l’hai favorito, quel tuo cugino! Gli hai mandato dietro la gente, e ora quello – notate come ne parlano in tono dispregiativo, senza mai nominarlo - ora quello ti fa concorrenza sleale!” Le gelosie, le meschinità di sempre: non si chiedono se quelli che vanno da Gesù si avvicinano o no a Dio; loro si preoccupano non di Dio ma del gruppo, se i nostri fedeli aumentano o diminuiscono, se quegli altri diventano più numerosi di noi; se “quello” fa più discepoli di Giovanni, ha più consensi. Idolatria del capo, del gruppo, del numero...dell’audience.
Giovanni offre una grande lezione, valida per la chiesa istituzione, valida per i gruppi, per le parrocchie, per le iniziative: che cosa ci interessa? L’indice di ascolto o il contenuto? Che appaia l’istituzione o che appaia Gesù?
La bellezza di chi si fa da parte, la bellezza di una chiesa che non occupa spazi davanti agli occhi della gente, ma apre visioni. Ed è felice quando a qualcuno, non importa di dove o di quale gruppo sia, si apre un sussulto nel cuore, nella mente, nello spirito, una breccia verso il cielo. Il Battista l’ha capito bene e abbandona le immagini, a lui così care, di fuoco, di radici tagliate con cui scuoteva le coscienze, e parla di Gesù come dello Sposo: “l’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo”. L’aspro asceta del deserto sa adesso parlare d’amore, sa gustarne la dolcezza, le sfumature felici: La mia gioia adesso è piena.
Giovanni indica la porta della fede. L’oggetto della fede cristiana non è una dottrina né una morale, è una persona che incontro come lo sposo dell’anima mia.
Giovanni fa qui una professione di fede di una profondità grandiosa, con parole di tutti i giorni, quelle dell’amicizia, della gioia, di sposo e sposa.
Il mondo moderno ha più bisogno di testimoni che di maestri, diceva Paolo VI. Testimoni che contagiano. Testimoni della luce. Testimoni che sanno farsi da parte. Giovanni termina con una frase folgorante e poco ricordata: Lui deve crescere e io diminuire. Giovanni Vannucci traduceva così: l’annunciatore deve farsi infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande.
Siamo preoccupati come chiesa di difendere il gruppo o di testimoniare per un altro? Che cosa ci interessa? Che si parli della chiesa? O che appaia Gesù, che si parli di Lui? Parliamo ancora di Lui nei nostri grandi raduni? O parliamo di noi stessi? Portiamo Lui, Gesù, come un assoluto o portiamo noi stessi come indiscutibili, quando il solo indiscutibile è Lui?
Se avessimo colto l’eredità dei profeti, non potremmo presentarci come un assoluto, non ambiremmo a occupare noi lo spazio, non avremmo l’aria di chi si sente padrone della verità, della morale, del popolo di Dio, delle ultime parole su tutto, ma ci sentiremmo al contrario relativi. Relativi a chi? A Cristo. La Chiesa non è un assoluto, è relativa. La chiesa finirà, ma il Regno di Dio no, non finirà.
La grande novità entrata nella nostra storia è lo Sposo: il Signore si presenta non come Messia conduttore di eserciti, ma come Sposo. Come Lui siamo chiamati a conquistare il mondo? No, siamo chiamati ad amarlo, a sposarlo!
L’amato fa vivere chi lo ama. La sposa è vita per lo Sposo. Allora diciamolo, un po’ tremando, un po’ osando: anche noi siamo vita per Dio. Tu sei la mia vita, molte volte l’abbiamo detto. È la nostra dichiarazione di fede. Ma dentro, se ascolti bene, suona come un sussurro che mi raggiunge e mi fa tremare il cuore. È la dichiarazione di Dio, a me, a te, a ciascuno, ad ogni sua sposa: tu sei la mia vita. È questo amore impossibile, che rimette in moto la vita. Questo amore immeritato che fa danzare il cuore.
E a proposito di amore sponsale, vi invito a leggere l’articolo di Vittorio Sgarbi che pubblichiamo a pag. 4 di questo COM, con il consenso dell’autore.

P. Paol

 

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