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Domenica 11 novembre

Gesù, un re particolare(Lc 23,36-43)

Con questa domenica dedicata a Cristo Re, si conclude l’anno liturgico. Questa data non corrisponde a nessun altro avvenimento, né amministrativo, né scolastico, né sociale e nemmeno culturale. La Chiesa segue un calendario suo, religioso, che misura il tempo non secondo i ritmi della natura o gli anniversari del passato, ma secondo la persona di Gesù Cristo. Si potrebbe direche l’anno liturgico che noi seguiamo è Cristo stesso, contemplato di volta in volta, di settimana in settimana, secondo i misteri principali della sua vita e della sua identità. Il modo di intendere il tempo dunque, non nasce dal basso, ma viene dall’alto, da Dio; è l’eternità di Dio che entra nel corso degli eventi umani e li plasma. Nella scena drammatica riportata dal Vangelo odierno, possiamo cogliere il significato vero della passione e della regalità di Gesù. La scritta sulla croce “questi è il re dei Giudei”, che vuole essere la motivazione della condanna, contiene in realtà il mistero profondo e reale della regalità del Cristo.

E’ un Re il cui regno non è di questo mondo, un Re che non risponde ad alcuna provocazione, ad alcuno scherno, un Re che sa di essere stato voluto dal Padre per salvare l’umanità. Dio Padre chiede al Figlio di aderire al suo progetto di salvezza rinunciando al privilegio di essere Dio, dando la vita per i propri fratelli dopo essere nato e vissuto fra loro. E questo Figlio compie, nei confronti del Padre, l’atto di fede più alto, annullando se stesso e facendosi obbediente fino alla morte. E’ la dimostrazione che se la causa del male e della morte di noi uomini è il peccato, cioè il rifiuto dell’amore di Dio, Dio vuole stravincere in amore e perdono per conquistare il cuore dell’uomo e riscattar o alla Vita.

Sul Calvario, i soldati romani lo scherniscono e lo invitano a salvare sé stesso. Sul Calvario, ai lati di Gesù, ci sono altre due croci, da una, la voce del primo malfattore con scherno, disperazione e rabbia, dice a Gesù che, se realmente è il Cristo, deve provarlo, salvando se stesso e loro due sventurati, con lui.

Dall’altra croce invece, la voce dell’altro malfattore (che la tradizione vuole si tratti di Disma, che diventerà il primo santo dopo la morte di Gesù), implora pietà per quell’innocente che paga senza avere colpa, riconoscendo invece per se stesso, la giustezza della condanna. Lui non mette in dubbio la regalità del Cristo, lui compie quell’atto di fede che lo salva, riconoscendolo Re implicitamente, tramite la richiesta di salvezza. I due malfattori rappresentano i due atteggiamenti dell’uomo di fronte al Dio messo in croce: uno maledice, l’altro è pieno di fede. Il buon ladrone dimostra una fede straordinaria n questo Re crocefisso e morente come lui, fede probabilmente nata dall’ascolto della preghiera che poco prima Gesù ha rivolto a Dio “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!” Egli ha percepito la profondità del rapporto filiale che Gesù vive con Dio ed ha capito fino a che punto arriva il suo amore. E così, per lui, quella salvezza non è solo sperata per un futuro, ma donata nell’immediato, infatti egli sarà nel Paradiso, nello stesso istante in cui vi tornerà Gesù.

E’ immenso l’amore di Dio: se infatti, dopo una colpa e la sua ammissione, fra gli uomini regna il castigo, innanzi a Dio invece, alla confessione, fa seguito la salvezza. A contatto con la croce, perfino una vita interamente sciupata e perduta, viene recuperata e salvata da un atto di pentimento e fiducia.

Cristo non rimane a lungo sulla croce, ma nelle nostre Chiese e nelle nostre case, rimangono i crocefissi, con la scritta in alto INRI – Jesus Nazarenus Rex Judaeorum - ad indicare da dove Egli ha incominciato a manifestare il suo potere e come intende regnare anche oggi nelle coscienze e nella vita degli uomini.

 

P. Paolo

 

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