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Domenica 29 aprile 2018

Il testamento di Gesù (Gv 17,1b-11)

Nelle letture di questa domenica s’incrociano le parole che Stefano pronuncia nel suo ultimo discorso prima di morire, e quelle di Gesù nella stanza al piano superiore, il Cenacolo. La città di entrambi i discorsi è la stessa: Gerusalemme.
Però le situazioni tra loro sono alquanto diverse. Gesù parla agli amici, Stefano si rivolge a chi è già pronto a lapidarlo. In ogni caso, quando una persona sta per morire, le sue frasi assumono un sapore particolare e chi le ascolta spesso le fissa nella memoria, come ricordo incancellabile di un momento decisivo.
Il testamento di Gesù che ci lascia nelle parole del Vangelo di oggi, è sostanzialmente una preghiera al Padre per coloro che gli sono stati affidati. Prega affinché siano uniti, “perché siano una cosa sola come noi”.
Mi piace sottolineare questo desiderio di unità che Gesù esprime quando la sua vita terrestre si avvicina alla fine. Credo che anche noi non dovremmo smettere di cercare percorsi di unità con le persone, in nome di un Dio che è Padre di tutti e desidera che i suoi figli vivano in comunione. Unità tra cristiani, ma anche dentro le nostre famiglie, nella nostra comunità parrocchiale, in ogni luogo dove viviamo e lavoriamo.
Al contrario, il germe della divisione è sempre attivo e non è raro trovare fratture apparentemente insanabili, scaturite talora da banalità che ci portiamo dietro chissà da quanto tempo.
Di Gesù non ci sono arrivate molte preghiere dette da lui direttamente: solamente il Padre nostro, quella prima della risurrezione di Lazzaro, al Getsemani e sulla croce.
Questa lunga preghiera del Vangelo di oggi, molto intensa e rivolta al Padre, è diretta per Sé stesso, per i suoi discepoli e per quelli che crederanno per loro tramite, tra cui speriamo di esserci anche noi. Viene così rievocato l’intimo legame tra il Padre e il Figlio, e l’identità del discepolo la cui chiamata e risposta di fede sono tutto dono di Dio. In questa preghiera Gesù vede i suoi discepoli anzitutto quale frutto dell’iniziativa di Dio: sono “coloro che tu mi hai dato. Erano tuoi e li hai dati a me”. Ogni vocazione alla fede viene da Dio; non è da noi conoscere e aprirci a Dio, ma è progetto antico e dono Suo. Si tratta “di una sapienza che non è di questo mondo - dice S. Paolo -, ma della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria”.
E’ grazie a Gesù che questa sapienza giunge a noi: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte”. Più precisamente per l’azione dello Spirito che è stato dato da Gesù ai suoi.
L’obiettivo finale di questa azione è di dare “la vita eterna a tutti coloro che mi hai dato”, dice Gesù. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Solo così si scopre “ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano”, una vita ben oltre ogni nostra stesso desiderio e sogno! Solo il Padre - per l’intercessione di Gesù - può custodirci in questa speranza ben oltre ogni nostra prospettiva, restando uniti nel suo nome, cioè nella Chiesa: “Padre santo, custodiscili nel tuo nome”.
Gesù che prega per noi, per coloro che il Padre gli ha affidato, per gli uomini di tutti i tempi. E possiamo essere certi che questa Sua accorata preghiera risuona  continua e incessante in cielo anche ora.
Questo suo pregare è un invito a tutti perché alziamo gli occhi da noi stessi, perché usciamo dalla nostra autosufficienza e dal nostro egocentrismo, e dirigiamo la voce, il cuore e i pensieri in alto, verso Dio.
Ogni sua parola non ha avuto altro oggetto che farci conoscere la Fonte dell'Amore, il Cuore stesso di Dio! Dentro questo Amore ha attratto tutti noi, poiché solo dentro questo Amore possiamo avere la salvezza!
E si badi bene: la salvezza non verrà, è già qui e ora. "Questa è la vita eterna: che conoscano te... e colui che hai mandato".

Padre Paolo

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